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IL LAGO CIAD

Una presenza “storica” che ha consentito fino ad alcuni decenni orsono la sopravvivenza e lo sviluppo dignitoso di qualche milione di persone  nell’area del Sahel africano, è rappresentata dal Lago Ciad. Per le sue dimensioni, più che di un lago, si tratta di un vero e proprio mare in pieno deserto.

Il Lago Ciad, quale esiste attualmente, o meglio quale esso esisteva fino a qualche decennio orsono, è il residuo di un paleolago molto più esteso delle attuali dimensioni e costituisce il più gran bacino endoreico africano. Esso copre una parte del territorio del Ciad, della Nigeria, del Camerun, e del Niger, nel cuore della regione sahelica, a baluardo del deserto avanzante.

Trattandosi di un’area endoreica, ovvero senza emissari, la superficie del Lago Ciad ha subìto, nel corso degli anni,  notevoli variazioni di superficie in funzione degli andamenti climatici, con grave pregiudizio per la manutenzione dei “polders” agricoli realizzati intorno alle sue rive,per la riduzione delle attività ittiche ed anche per gli ostacoli che si frappongono ai trasporti lacustri fra le popolazioni rivierasche dei quattro Paesi bagnati dalle sue acque. 

Sulla scorta di dati di archivio piuttosto imprecisi, sembra che sul finire dell’800 il lago abbia raggiunto il suo massimo livello idrico, (50.000 Kmq. di superficie ?) tanto da allagare il Bahr El Ghazal per centinaia di chilometri fertilizzando questa vasta “enclave” per alcuni anni, durante i quali fiorirono l’agricoltura, la pastorizia e la pesca. Al contrario, intorno al 1910 si verificò una gran siccità che si protrasse per alcuni anni riducendo il lago alla superficie del solo bacino meridionale per poi raggiungere di nuovo in pochi anni il suo stato di “normalità” che si è mantenuto tale fino agli inizi degli anni 60 ricoprendo una superficie intorno ai 25.000 kmq. Da allora una continua diminuzione delle precipitazioni nei bacini imbriferi degli immissari del lago, ne hanno progressivamente abbassato il livello compromettendone la sua stessa esistenza.

I periodi di forte siccità si sono alternati, negli ultimi decenni, con periodi di maggiore piovosità con incidenza sempre prevalente dei primi sui secondi. La siccità stagionale è una caratteristica costante che provoca abbassamenti dei livelli del lago di uno/due metri, riducendone stagionalmente la superficie anche di 8/10.000 Kmq., ma negli ultimi decenni si sono verificati abbassamenti delle acque fino a 6/7 metri e riduzioni stagionali della superficie fino a 15.000/20.000 Kmq. Questa tendenza degli ultimi 35/40 anni indica oramai che anche il lago Ciad rientra nel fenomeno più generale della progressiva desertificazione del Sahel. Esso costituisce  la prova più imponente e drammatica di questo fenomeno ben noto a tutti i Paesi dell’Africa centrale.

Attualmente la parte Nord del Lago, il cosiddetto ”Northern Pool” non esiste in pratica più, essendosi ridotti al minimo gli afflussi del fiume Yobè a causa della progressiva riduzione delle precipitazioni nel Nord Nigeria in cui ricade il bacino imbrifero del fiume. Resiste ancora alla siccità la parte meridionale del Lago, il cosiddetto “Southern pool” alimentato dal Chari, di gran lunga il più importante immissario del lago, la cui portata rappresenta il 70% degli apporti idrici lacustri.

I dati meteorologici degli ultimi anni si sono confermati mediamente sfavorevoli e ciò che resta del Northern Pool sembra destinato a prosciugarsi lentamente.

Il Southern Pool, alimentato dal Chari, che riceve anche le acque del fiume Logone, i cui bacini imbriferi consentono ancora apporti idrici di un certo rilievo, ha ciononostante gravemente risentito anch’esso delle mutate condizioni climatiche per subire ulteriori riduzioni di superficie.


Fiume Logone

L’equilibrio idrico del lago sembra essersi rotto definitivamente e la riduzione progressiva di questo mare interno, con la sua temuta scomparsa, implica conseguenze disastrose per le economie agricole, della pastorizia e della pesca delle numerose popolazioni rivierasche di Ciad,  Niger, Nigeria e Camerun. La “morte” del Lago Ciad eliminerebbe quella che ancora oggi sembra costituire una barriera naturale contro il processo di desertificazione in atto che potrebbe spingere ancora più a Sud una massa di diseredati sempre più poveri ed affamati.
 

  GLI AIUTI INTERNAZIONALI

Milioni di dollari sono stati spesi negli ultimi 40 anni per tentare di contrastare questa catastrofe ecologica che si va consumando nelle aree rivierasche dei quattro più importanti paesi del Sahel, mediante la perforazione di migliaia di pozzi per l’alimentazione umana e del bestiame, programmi di riforestazione, creazione di piccoli comprensori irrigui a partire dall’emungimento di falde residue non più alimentate dalle acque lacustri e molti altri “microprogetti” realizzati in fretta nel nobile tentativo di arginare un  progressivo degrado ambientale e sociale.

Tali interventi, numerosi e puntuali, hanno avuto il merito di salvare qualche vita umana e di ritardare le conseguenze della desertificazione, ma hanno lasciato insoluto il problema principale: la graduale scomparsa del lago.

Malgrado la generosità e l’emergenza che spesso hanno caratterizzato tali interventi, cui bisogna riconoscere gli immediati benefici effetti, occorre però rilevare che, in diverse occasioni, essi si sono dimostrati, una volta terminato il positivo impatto di brevissimo periodo, la causa di ulteriore degrado dell’ambiente poiché l’afflusso concentrato di popolazioni e bestiame nelle aree di progetto ha accentuato lo sfruttamento di risorse naturali residue quali l’esaurimento delle falde idriche causato dall’eccessivo emungimento, fenomeni irreversibili di degrado del suolo dovuti ad “overgrazing” per eccessiva concentrazione di bestiame, distruzione degli ultimi residui di savana arbustiva o arborata per la eccessiva raccolta di legna per uso domestico, e così via.

Ma non solo progetti “puntuali” sono stati finanziati nel tentativo di aiutare le locali popolazioni: negli anni ’60 furono realizzati lavori imponenti per irrigare territori intorno al lago Ciad.
 
Oggi, a 50 anni di distanza, di quei 4.000 Km di canali che avrebbero dovuto garantire la sopravvivenza alimentare delle popolazioni rivierasche del Ciad, non resta più alcuna traccia.

La realtà è ben diversa e nessuno può illudersi di modificarla con una miriade di interventi, lodevoli sul piano umano, ma destinati ad essere rapidamente “assorbiti” da un Sahel che può essere salvato solo ripristinando gli equilibri idrici alterati; viceversa le dune del deserto sono destinate a sostituirsi gradualmente alle acque del lago con tutte le conseguenze ecologiche e sociali che il fenomeno è in grado di provocare.

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